domenica 10 dicembre 2017

SULLO SCIOGLIMENTO DELLE ORGANIZZAZIONI DI STAMPO FASCISTA

Qualche precisazione sul caso di ORDINE NUOVO, disciolto nel 1973. Esso non fu sciolto in base al reato di apologia del fascismo [art.4 legge 20 giugno 1952, n. 645Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione”) ma per ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista (art.1 stessa legge)

Ora, non essendoci stata finora (a nostra conoscenza) alcuna sentenza giudiziaria contro Casa Pound o Forza Nuova ex art.1, il governo (evidentemente su proposta del ministro dell'interno Minniti) potrebbe comunque sciogliere queste formazioni d'autorità.

Recita il secondo comma dell'art. 3 della predetta legge:

"Nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell'art. 1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge ai sensi del secondo comma dell'art. 77 della Costituzione."

Ora, perché non lo fa?

Come già specificato, le ragioni possono essere solo due:

  1. O non ci sono gli estremi (quindi sarebbe il caso di finirla con una continua gazzarra che da' a queste formazioni estremiste ancora più visibilità, con tanto di legittimazione mediatica e di vittimismo che ne fa pure dei martiri della libertà di pensiero); oppure
  2. Perché fa comodo mantenere alta la tensione su questi temi in modo da distoglierla da altri.

Ribadiamo invito ai parlamentari di maggioranza ed opposizione (?) che ci riempiono le bacheche coi loro tweet indignati: presentate una interpellanza al (vostro) ministro dell'interno per chiedere immediato scioglimento ... ed agli altri che non hanno responsabilità istituzionali ma che ritengono che la legge sia stata violata da quei quattro scalzacani dal cranio rasato, presentino regolare denuncia alla magistratura e la smettano coi piagnistei.

Grazie.




sabato 9 dicembre 2017

INTERFERENZE DEL CREMLINO: EMERGENZA DEMOCRATICA O COMODO CAPRO ESPIATORIO UNITO AD UNA BUONA DOSE DI ISTERIA COLLETTIVA?

Questa storia delle interferenze del Cremlino / Putin / Russia (stiamo solo aspettando la Spectre e Macchia Nera) sta sfiorando il ridicolo: contatti fra politici e potenze straniere che cercano rapporti privilegiati con i leaders nazionali o il futuro governo sono sempre esistiti e fanno parte del "gioco"; questa teoria del complotto sa tanto di mettere mani avanti per giustificare i propri fallimenti. 
Ora ... qual e' il confine fra "fake news", depistaggio o l'ingigantire i fatti in maniera strumentale e distorta ma funzionale a chi ha bisogno di trovare sempre un nemico esterno per distogliere l'attenzione altrui? 
Trump ci prova con le sue sparate su Gerusalemme e con i comodi dittatorelli asiatici; Putin coltivando il senso di accerchiamento per rafforzare sua base elettorale; i "nostri" con la storia dei cattivi cosacchi come negli anni '50 ... ognuno e' funzionale al mantenimento del potere dell'altro ... triste ma vero.



lunedì 6 novembre 2017

ASTENSIONISMO: CHE FARE IN CONCRETO PER RESPONSABILIZZARE LA POLITICA?

Astensionismo: vale la pena ripensare meccanismo distribuzione seggi e legare il numero totale degli scranni ad affluenza alle urne? 

Esempio: seggi da assegnare 630; partecipazione alle urne: 50%: numero degli eletti proclamati 315 (chiaramente proposta va congegnata in relazione al sistema elettorale in vigore e della designazione dei seggi elettorale, e.g. maggioritario, proporzionale con collegio unico nazionale, etc.)

Discutiamone nel gruppo Facebook di Candidati Senza Voce!

Qui il sondaggio

venerdì 3 novembre 2017

CATALOGNA: POSIZIONE CSV E PUNTO DELLA SITUAZIONE

Crediamo a questo punto importante riepilogare i fatti e la nostra posizioni in merito a questa vicenda, cercando di essere il più obbiettivi e sintetici possibile.

Riteniamo fermamente che la libertà si eserciti nelle forme e nei modi stabiliti dalla legge ... in questo caso, purtroppo, violando il dettato costituzionale i "congiurati" sono passati dalla parte della ragione (su questo poi ci sarebbe da fare una lunga discussione ma non in questa sede) a quella del torto ... sono stati o sciocchi o ingenui o mal consigliati ... hanno voluto giocare ad un gioco più grande di loro ed hanno perso. Ora, indipendentemente da tutte le considerazioni, un leader politico che perde una tale partita dimostra che la propria strategia era sbagliata nei metodi e nella tempistica.

La Catalogna non è Timor Est, quindi la retorica dell'oppressione non sta in piedi; avevano più da perdere che da guadagnare dalla "fuga in avanti". 

Queste cose richiedono tempo, costanza, testardaggine: la precipitazione di capitalizzare il tornaconto elettorale li ha fregati ed ha fatto il gioco del governo centrale che ha colto la palla al balzo, cavalcando gli eventi e distogliendo l'opinione pubblica del paese iberico dai problemi economici e sociali che esso attraversa. Un caso scuola di lose-lose situation per quanto riguarda l'interesse generale, visto che a pagare il conto saranno poi tutti i cittadini catalani (indipendentisti ed unionisti) e quelli del resto della Spagna. 

La ricetta per uscire fuori dalla situazione di blocco ed arrivare ad una “pacificazione” non può prescindere dall'atteggiamento del governo centrale, che deve a tutti i costi evitare di alimentare il mito del primo ministro e del governo catalano destituito come “martiri della libertà ”, mostrando quindi clemenza e misura. 

Che fare?


In estrema sintesi, riteniamo che un quadro pragmatico al quale i negoziati in corso possono portare sia il seguente:

  • Remissione in libertà dopo gli interrogatori di rito;
  • Processo mediatizzato e trasparente;
  • Condanne esemplari dei protagonisti principali;
  • Concessione amnistia generale; 
  • Remissione in libertà degli imputati e loro reinserimento nella vita civile;
  • Riapertura del dialogo dove interrotto ormai oltre un decennio fa.
L'alternativa e' la radicalizzazione del senso di frustrazione reciproca ed una deriva "basca" che nessuno sano di mente può augurarsi.




sabato 21 ottobre 2017

RIFORMA DELLA UE: NON GETTIAMO IL BAMBINO CON L'ACQUA SPORCA

In questi giorni d'autunno si nota un certo attivismo fra i leader europei sul fronte del futuro dell'Unione. Ha iniziato il presidente francese Macron, con il suo discorso alla Sorbona del 27 settembre per una Europa "sovrana, unita e democratica"; ha rilanciato il presidente del consiglio UE Tusk, nella sua lettera ai leaders europei  alla vigilia della riunione del Consiglio a 27+1 del 18 e 19 Ottobre a Bruxelles. 

Certamente e' positiva la presa di coscienza che occorre coraggio per uscire dalla stagnazione (e prima ancora, il coraggio di riconoscere che questa stagnazione del progetto europeo esista, uscendo dalla continua ossessione del marketing comunitario ove tutto debba essere venduto come un "successo"), ma le proposte vanno nella giusta direzione?

Su questo occorrerebbe discutere. Se e' vero che l'Europa a due o più velocità e' un fatto ormai da molti anni e tanto vale prenderne atto, qualche distinguo e' necessario fare su ruolo futuro della Commissione Europea e centralità degli Stati Membri nel nuovo assetto di potere.

Per quanto riguarda la Commissione, da molto tempo ormai si e' verificato il cambiamento da fucina di idee a semplice "legificio" e gestore di progetti (distributore di soldi). L'espansione delle competenze vere e presunte non e' stato accompagnato da due fattori fondamentali:
  • un sentimento d'accordo diffuso degli stati membri rispetto a queste nuove competenze, con un tensione di fondo diffusa che porta ogni progetto di riforma ad un faticoso percorso legislativo e di messa in atto che risulta molte volte annacquato ed ambiguo, scontentando un po' tutti;
  • la mancanza di una vera riorganizzazione interna delle competenze, di ruoli e delle carriere, che ha portato frustrazione nel personale e la trasformazione dell'amministrazione comunitaria da un pool di esperti di primo piano ad un elefante burocratico che ha perso il senso della propria missione.
In tutto questo, la contraddizione (o meglio, la non chiarezza) del messaggio politico, esacerbata dall'allargamento del 2004 ed unita alla consapevole scelta "al ribasso" rispetto ai "top jobs" europei (i "dream teams" delle ultime stagioni Barroso/Ashton/Van Rumpoy e Juncker/Mogherini/Tusk parlano da soli), non hanno fatto che aumentare la confusione. In questo contesto, la riduzione del budget comunitario del post-Brexit potrebbe essere un buon "casus belli" per procedere in tal senso.

In questo senso, la tentazione (palpabile nei corridoi di Bruxelles che questo sia il messaggio fra le righe) di procedere ad un rafforzamento del "centralismo" degli Stati (il Consiglio), con una riduzione dello spazio per la Commissione ed un ruolo puramente "di tribuna" per il Parlamento, non e' la strada giusta. 

Se apprezzabile appare la spinta di Macron per liste transnazionali, questo certamente non può funzionare pienamente senza l'affermarsi di una "società civile europea", che un ritorno a nazionalismi, localismi e "sovranismi" vari non agevola di certo.

Che fare allora? Ripartire dai capisaldi che abbiamo più volte affermato:

Una Europa Federale (gli Stati Uniti d'Europa che suona in questo periodo storico come una pia utopia, purtroppo), accompagnata da un progressivo superamento degli stati nazionali basata sull'affermazione piena del principio di sussidiarietà, secondo la quale al costrutto comunitario spetterebbero tre compiti fondamentali:
  • Politica estera e di difesa
  • Piena realizzazione del mercato interno
  • Moneta.  
Tutte cose sulle quali non ci dilunghiamo in questa sede, ma che oggi facciamo poco o male e che sono invece fondamentali se vogliamo essere un attore credibile negli equilibri globali. 

Solo se questo e' l'obbiettivo finale allora avranno senso un ruolo più attivo del Consiglio, la salutare sforbiciata alle spese, la sburocratizzazione dell'impianto della Commissione e della miriade di Agenzie che le fanno da contorno.



Ulteriori letture


domenica 15 ottobre 2017

40 ANNI DI "CHARTA 77"


Esattamente 40 anni fa, nel 1977, nasceva a Praga, il movimento d'opposizione al regime comunista "Charta 77".  

Il nome del movimento proviene dal "Manifesto Charta 77", del gennaio 1977, che venne diffuso nelle città cecoslovacche in difesa di un concetto di diritti dell´uomo sul modello dell´Europa Occidentale; della cultura; della morale; della libertà della espressione e della libertà di religione. Ad esso aderirono intellettuali ed uomini della Chiesa cattolica, repressi dal regime. E stato il primo movimento di dissidenza in Cecoslovacchia.

Tutto ebbe iniziato nel 1968, quando Brežnev mando' i carri armati per schiacciare il "socialismo dal volto umano“ di Alexander Dubček (la "Primavera di Praga“). Il successivo periodo, detto di "normalizzazione", imposto alla Cecoslovacchia dal filosovietico Gustáv Husák, fu caratterizzato dalla repressione.

I comunisti iniziarono a perseguitare anche diverse forme espressive non conformiste, ad esempio un gruppo alternativo rock, i "Plastic People of theUniverse"; subito dopo un concerto, la polizia arresto' 4 membri del gruppo, con l'accusa di "turbamento dell´ordine pubblico“. Il gruppo era molto popolare tra i giovani e l‘ arresto dei membri del gruppo fu uno degli stimoli per agire.

In questo contesto nacque il Manifesto Charta 77, che chiedeva l’applicazione degli accordi firmati nell’Atto finale di Helskinki sul rispetto dei diritti umani e le convenzioni dell´ONU sui diritti politici, civili,economici e culturali.

Il Manifesto veniva reso noto e firmato da diverse personalità; già nel dicembre 1976 contava 242 firme raccolte. E stato anche pubblicato da alcuni giornali occidentali, come Le Monde, Allgemeine Zeitung, The Times e New York Times. I giornali cecoslovacchi, ovviamente, criticarono pesantemente il manifesto.

In reazione, il regime invito' tutti gli artisti ed attori al Teatro Nazionale di Praga a firmare la  cosiddetta "Anticharta“, per mostrare la lealtà verso il regime comunista e l'opposizione ai principi enunciati da Charta 77. Questo gesto deplorevole costituì una profonda umiliazione  per le élites culturali cecoslovacche.

Tutti coloro che firmarono il Manifesto, ed anche i loro familiari, subirono una repressione aperta, i processi politici, la reclusione oppure furono costretti ad emigrare.

Il movimento chiedeva un dialogo con il regime comunista e le sue posizioni erano rappresentate da tre portavoce rinnovati ogni anno. I primi furono Václav Havel,  Jiří Hájek ed Jan Patočka. Nel 1989, quando il regime cadde, il Manifesto aveva raccolto quasi 2000 firme.

Il movimento si è sciolto nel 1992, perché aveva esaurito il suo ruolo storico e raggiunto gli scopi prestabiliti.

Se chiediamo che ruolo potrebbe avere la Charta in questi tempi, dopo 40 anni: la risposta  la troviamo nelle prime parole del testo. 

La libertà di espressione e della parola ora nei paesi Occidentali viene tutelata ed  i critici del regime sono liberi di scrivere le proprie opinioni (ed anche le idiozie), se non al giornale almeno sui social media e sulle pagine web come questa.



sabato 14 ottobre 2017

L'EVOLUZIONE DALL'HOMO SOVIETICUS ALL'UOMO DI PUTIN

COME I DECENNI HANNO LASCIATO IL SEGNO DELLA VITA DEI RUSSI.

- di M. Noris

Il Moscow Times pubblica un interessante articolo che riassume come la vita dei russi è cambiata negli ultimi decenni (link in calce).

L'uomo sovietico è l'archetipo di una persona nata e formata durante un regime totalitario, abile ad escludere le richieste delle autorità pur mantenendo contemporaneamente relazioni informali e corrotte con loro.
Ha poche richieste, dubita profondamente di tutti e vuole solo una cosa: sopravvivere.

Negli anni '90 la Russia si orienta verso l'Occidente e l'Europa: addirittura il 40% dei russi pensava che il loro paese dovesse aderire all'UE e alla NATO.
Il 47% della popolazione si rende conto che i loro problemi erano interni, più che dovuti ad un nemico esterno. Questo complesso di inferiorità è stato, in un certo senso, una condizione per le riforme.

Per le persone abituate al socialismo, gli anni '90 sono stati puro caos, con conseguente perdita del rispetto di sé e della dignità.

Poi Vladimir Putin è arrivato sulla scena dicendo: "Non c'è niente di cui vergognarsi. Ognuno ha scheletri nel loro armadio. Scriviamo una nuova pagina della nostra storia".

Con ciò è arrivata la convinzione che la Russia abbia il diritto ad usare la forza, soprattutto sulle sue frontiere. L'orgoglio russo è stato ferito quando le ex repubbliche sovietiche hanno cambiato alleanze.

Prima di Maidan, circa il 75% dei russi affermava che l'integrazione dell'Ucraina in Europa non erano affari della Russia; attitudine cambiata bruscamente con i media che parlano di "genocidio" dei russi nel Donbass e di fascismo ucraino in Crimea.

Nei sondaggi, oggi i russi descrivono l'Occidente come freddo e privo di valori spirituali, formale e aggressivo. Non ritengono più che il modello occidentale sia per loro.

E tuttavia, mentre la politica estera di Putin gode di un supporto tacito, ha dei limiti seri: le persone ritengono infatti di non avere alcun potere decisionale.

La Russia è uscita dagli anni '90 con un'economia consumistica, graziata dalle lobby del petrolio.
"Putin si prende cura di noi" è una risposta spesso ascoltata nei sondaggi.
I diritti umani e le libertà individuali sono solo parole per la maggioranza della popolazione. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti alla repressione si sono ammorbiditi. Josef Stalin, la cui popolarità sta aumentando costantemente anche tra coloro che ha sofferto più sotto di lui, è visto come un gestore efficace che merita il rispetto. Questo ritorno al concetto sovietico di governance è più comune tra gli anziani che vivono in campagna.
Le persone in città sono più istruite, tuttavia la stragrande maggioranza è completamente disinteressata alla vita politica. Alla domanda se vogliono essere più coinvolti, l'85% delle persone dice no. La politica, dicono, non ha niente a che fare con loro.

Da un lato, i russi descrivono la loro società come brutale e incivilizzata. D'altra parte, si considerano aperti e caldi, al contrario di quelli freddi, chiusi e ipocriti in Occidente.

Oggi il russo medio si aspetta uno standard minimo di vita - lavoro, casa e alcuni diritti sociali. La proprietà privata è valutata, ma nessuno si aspetta alcuna garanzia. La gente sa che il governo può portare via tutto quello che hanno in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo.

La teoria che i russi non siano in qualche modo preparati per una democrazia liberale è falsa. Semplicemente, ora non c'è alcun desiderio di cambiamento. L'idealismo e il romanticismo dell'epoca della Perestroika sono evaporati.
I giovani che hanno partecipato alle proteste contro la corruzione organizzate da Alexei Navalny sono un'eccezione. 

Ci vorrà più di una generazione per cambiare.

https://themoscowtimes.com/articles/the-evolution-of-homo-sovieticus-to-putins-man-59189




mercoledì 11 ottobre 2017

ROSATELLUM O ALTRO SISTEMA ELETTORALE NON E' IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE



Dopo il via libera in Commissione, ok al voto di fiducia sul Rosatellum: come nel corso della aspra polemica su Italicum, vorremmo ricordare ai nostri affezionati amici che il sistema elettorale NON determina il sistema politico.

Certo, i due aspetti si influenzano ma non esiste un determinismo assoluto ... come abbiamo più volte scritto, in un mondo ideale, il sistema elettorale dovrebbe evolversi per meglio assecondare e soddisfare le istanze politiche e sociali del paese, non usato come grimaldello per ottenere il risultato sperato. In questo senso, il diavolo sta nel dettaglio, nella parte della riforma allegata al testo principale che si intitola: “Delega al Governo per la determinazione deicollegi elettorali uninominali e plurinominali” . 

Questa delega fornisce gli strumenti opportuni per portare a termine quello che nel vocabolario politico anglosassone si chiama Gerrymandering, cioè un sistema a tavolino tramite la ridefinizione dei collegi influenza il risultato finale.

Porcellum, Italicum, Rosatellum etc etc pari sono (al netto delle vere o presunte incostituzionalità del testo) ... gli strumenti per influenzare intelligentemente i risultati senza cambiare i fondamentali del sistema politico sono altri e ben più sottili.

Gerrymandering



 STRUMENTI: DOSSIER ITER LEGISLATIVO LEGGE ELETTORALE (Atto Camera 2352)

martedì 3 ottobre 2017

ORGANISMI PARITETICI E SICUREZZA SUL LAVORO

ORGANISMI PARITETICI E SICUREZZA SUL LAVORO: C'È UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL... O È IL TRENO?

di M. Noris



Sono passati mediamente due anni dalla pubblicazione delle liste regionali degli Organismi Paritetici: è cambiato qualcosa?
Dovendo anticipare qualcosa, la risposta è passata da un "fatti li cazzi tua" ad un "boh" incerto.

Ma facciamo un salto indietro.

Il D.Lgs. n. 81/2008, ormai quasi 10 anni or sono, ha formalmente designato gli Organismi Paritetici (OP) per la formazione aziendale in tema di salute e sicurezza sul lavoro.

Cosa sono gli OP? Dicesi OP enti o associazioni di categoria cui, a livello locale (generalmente provinciale), il datore di lavoro deve rivolgersi per formare i propri dipendenti in tema, appunto, di salute e sicurezza, e per supporto nell'individuazione di soluzioni tecniche e organizzative.

Fin qui tutto bene, se non fosse che il legislatore, in preda all'enfasi del momento, si era dimenticato di specificare sia quali fossero questi OP, sia quali certificazioni dovessero esibire (oltre ad altri buchi normativi assortiti).

Il risultato fu che negli anni successivi gli OP spuntarono dal nulla come funghi, vendendo alle aziende certificati scritti col pennarello e organizzando corsi di formazione seduti in trattoria bevendo lambrusco (vedi la Promotech di Modena, poi a processo).

La situazione divenne così confusa che 4 anni dopo il Ministero specificò, con l'Accordo del 25 luglio 2012, che il datore di lavoro era sì costretto ad informare gli OP in caso di formazione, ma non necessariamente ad attivarli. Il datore di lavoro è infatti libero di contattare formatori privati qualificati e l'adeguatezza formativa deve essere valutata sulla base dell'accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011, non sulla presenza o meno degli OP (la cui assenza poteva sinora essere sanzionabile).

Di fatto, però, le cose non cambiarono di un virgola e su tutta la vicenda troneggiava l'esilarante art. 37, comma 12, del suddetto d.lgs. che ricitava "il datore di lavoro che richieda la collaborazione di tali organismi (...) è tenuto a verificare che i soggetti che propongono la propria opera a sostegno dell’impresa posseggano tali caratteristiche".

Ci vollero altri 4 anni per assistere al miracolo: le Regioni, folgorate sulla via di Damasco, pubblicarono tra il 2015 e il 2016 la lista delle OP certificate. Aggiungendo un perentorio "mi raccomando, attenzione agli OP fasulli!"

Tutto bene, dunque? Senz'altro meglio, ma probabilmente non abbastanza. Molti degli OP fasulli sono scomparsi (anche se il fenomeno è tutt'altro che passato, complici alcuni datori di lavoro compiacenti), ma ancora sussistono dubbi.

Anzitutto l'RLS, ossia il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), figura che deve essere prevista (e formata) per legge in ogni azienda: in sua assenza, il datore di lavoro è tenuto ad affidarsi agli OP che designeranno un RLST, ossia un RLS territoriale.

Piccolo particolare, l'assenza di tale figura non è sanzionabile (viene giustificata come diritto non esercitato dai lavoratori), e il RLST non ha in realtà alcun incarico ufficiale, finendo per contare come il due di briscola.

Un altro tema assolutamente non chiaro è quello del controllo. Chi vigila sulle procedure e sulla formazione? L'ispezione da parte dell'organo di vigilanza, tra i vari OP e azienda, appare decisamente complesso, anche di fronte ad una normativa così confusionaria. Molto spesso la formazione non appare sufficiente, e non di rado i corsi sono standard per tutte le categorie. Unica nota positiva, il D.Lgs. n. 81/2008 avrebbe abrogato l'art.7 della legge delega n. 123/2007, che avrebbe investito gli OP anche di poteri ispettivi.

Anche la presenza degli OP appare a volte insufficiente quando presente, nel caso tali enti fossero contattati da tutta la categoria.
Ancora, la mancata collaborazione con tali enti pare venga, in alcuni casi, malvista dagli Organi di vigilanza.

In questo bailamme normativo, la domanda resta sempre la stessa: possibile non riusciamo nemmeno ad organizzare un sistema formativo aziendale sensato?

domenica 1 ottobre 2017

CATALOGNA : IL GIOCO DEL POLLO

CATALOGNA : IL GIOCO DEL POLLO

L'escalation del conflitto verbale, istituzionale ed ora fisico fra gli indipendentisti  ed il governo centrale di Madrid ripropone ancora una volta il classico caso, noto nella teoria dei giochi come ''il gioco del pollo''.

Ambedue i contendenti si muovono uno contro l'altro e nessuno vuole correggere la sua rotta per primo, evitando in tal modo lo scontro ma perdendo la faccia.

Se si continuera' di questo passo lo scontro appare inevitabile e sara' certamente doloroso non solo per la Spagna ma per tutta l'Europa.

Come in altri recenti eventi nel mondo pare che ci sia persa di vista la regola aurea della diplomazia internazionale secondo la quale al proprio avversario va sempre lasciata una via di uscita onorevole. 



giovedì 28 settembre 2017

(ANCORA) SUL DIRITTO CIVICO ALL'ASTENSIONE

- Tratto da un commento di Fabio Lauri


Le doglianze secondo le quali "... non scegliere, non mettersi in gioco, non prendersi le proprie responsabilità non è una gran democrazia!" ... 

...sono tutte balle. Grandissime balle. 

Acquisite da un'opinione pubblica che è interessata ai fatti ed alle idee altrui, più che alle proprie. Perché spesso e volentieri, non ne possiede una che sia una. 

Del resto, siamo la terra di Peppone e dei trinariciuti. La nostra allergia per la libertà, la democrazia e per una società veramente liberale è quasi leggendaria. 

Siamo schiavi del mito del plebiscito e della fazione. 

La questione delle responsabilità, è una pura fandonia. Un basso espediente per ingenerare negli altri un senso di colpa che non esiste. 

Infatti noi non votiamo o votiamo per convinzione. Ma solo per noia o mancanza di personalità. 

Non è un bel quadro.

Partecipa alla nostra discussione nel gruppo FaceBook di CSV!

giovedì 24 agosto 2017

~ SCRITTO DOMANI ~

"Or mentre la plebaglia si baloccava al giuoco di “pidioti contra grullini”, li impudichi comitati d’affare sparsi pe’ la peninsula la defloravano impuniti ed a passo di carica …"



Francesco Guicciardini, probabilmente apocrifo

venerdì 18 agosto 2017

CONTROCORRENTE: C'E' TROPPO BENESSERE MATERIALE IN ITALIA?

Negli ultimi anni alcune linee di tendenza sono state evidenti nell'evoluzione del benessere materiale nel nostro paese dal dopoguerra ad oggi e nelle aspettative della popolazione ad esso collegate:
  • Una perdita di peso relativo nel panorama internazionale (vedasi grafici interattivi sottostanti);



  • Un pessimismo generalizzato nella popolazione che vede per la prima volta le generazioni future convinte di non poter mantenere lo standard di vita di quelle che li hanno preceduti (fra le tante ricerche in proposito, vedasi ad esempio qui);
Ora, la controversia che vogliamo porvi e' la seguente: si tratta di vero declino o di un ritorno ad una situazione più congeniale alla struttura sociale, demografica e produttiva dell'ex "bel paese"?
L'Italia prima della ricostruzione postbellica, al di la' delle aree urbane ove l'industria o i detentori del capitale si erano insediati, era un paese dove regnava sovrana l'agricoltura di sussistenza, la pastorizia, l'artigianato ... dove la maggior parte della popolazione viveva una esistenza dura, povera, dignitosa nella migliore delle ipotesi ma anche di estrema indigenza nelle altre.

Era un paese in cui fino alla meta' degli anni '70 del secolo scorso e nonostante il tumultuoso "miracolo economico" esistevano ancora situazione di famiglie che non avevano servizi igienici, acqua corrente per non parlare di telefono o gas. Prima che qualche provvidenziale terremoto o la cementificazione delle periferie urbane e delle campagne ponessero fine allo scandalo.

Era pero' anche un paese dove la gente, proprio per via delle condizioni difficili, era abituata a darsi da fare, aveva "fame" non solo nel senso letterale del termine, ma anche voglia e motivazione per migliorare il proprio benessere materiale, visto che per la maggioranza di essi esistevano le condizioni necessarie per farlo. La crescita esponenziale di questo benessere fece si che nell'arco di una generazione ci fosse un tale distacco fra la situazione dei nonni nati prima della guerra e dei nipoti nati nell'era del "baby boom" e della "generazione X" e che ora si avviano allegramente verso il mezzo del cammin di nostra vita, che farebbe quasi il paio con quella che c'è oggi fra l'Africa e la Svizzera.

In tutto ciò per le varie "millennials" e successive, la fotografia dell'Italia di 70 anni fa e' talmente sbiadita che faticano a concepirne persino i fondamentali. Sono generazioni nate e vissute nel benessere materiale da economia industriale avanzata ma con una struttura politica, amministrativa, culturale ed una mentalità di stampo medieval-feudale che non ha potuto, saputo o voluto reggere il passo.

Abbiamo già avuto modo di scrivere che le "eccellenze" sono state delle grandi fregature ... dalle crociere atlantiche del ventennio ai trionfi della Ferrari, ci siamo illusi che l'Italia fosse quella, che potesse giocarsela alla pari con le più grandi potenze mondiali in un mondo che cambiava ad una velocità vertiginosa e che ha velocemente consegnato il famoso "quinto (poi quarto) posto" fra le maggiori economie del mondo agli annali delle meteore geopolitiche (vedasi nuovamente i grafici di cui sopra per l'evoluzione).

Alcune domande dobbiamo quindi per forza farcele:
  • Stiamo quindi riprendendo il nostro posto nel mondo, quello che ci compete storicamente dalla caduta dell'Impero Romano, quello di un grande museo di bellezze architettoniche di eccellenza (quelle rimaste, di quelle naturali non parliamo neppure) circondate dalla miseria nera?
  • I figli dei nostri ragazzi oggi minorenni saranno costretti a muoversi fra difficoltà che li renderanno più coscienti delle condizioni dei loro trisavoli?
  • Riusciranno a mantenere la stessa dignità dei nostri avi, composti nel loro unico vestito per la festa e con le scarpe indossate solo per le cerimonie importanti per non rovinarle?
Nulla e' perduto, possiamo farcela ma dobbiamo cambiare ora di passo ... domani potrebbe già essere troppo tardi ... scrollarci di dosso la cultura dell'appartenenza para-mafiosa; del favore; delle baronie politiche economiche e culturali; dell'amministrazione asfissiante e lontana dal concetto di "burocrazia razionale"; dai monopoli economici di fatto e di diritto e da tutto quello che ancora ci lega ad un passato che e' diventano ormai un ostacolo e non una radice forte su cui poggiare il nostro avvenire.

... un "sorpasso" italiano che resterà nella storia ...

mercoledì 5 luglio 2017

LIBIA: CHIARIAMOCI UNA VOLTA PER TUTTE

Non possiamo pretendere di controllare i confini della Libia

La nostra ormai "vecchia" (2014) proposta consiste nel raggiungere un accordo con uno dei "signori della guerra" locali (facendo una offerta che non si possa rifiutare), limitato ad una striscia di terra lunga qualche km e larga altrettanto dove impiantare un aeroporto, un porto, securizzarla al meglio con l'invio di un dispositivo militare robusto ed allestire un campo da 100-200 mila posti gestito, idealmente, da Unione Europea (ma visto il clima politico generale anche a sola gestione italiana). 

Un progetto ambizioso ma se pensiamo i miliardi che stiamo gettando al vento con scarsi risultati e migliaia di morti ogni anno in traversate della speranza, assolutamente ragionevole.

Quelli che si salvano in mare o si recuperano a terra si concentrano la' e si identificano.
  • I richiedenti asilo che si qualificano allo stato di rifugiati o le persone che vanno protette per ragioni umanitarie si portano in Europa; 
  • I c.d. "migranti economici" si ripartiscono per quote ed esaurite le quote si rimandano a casa in qualche modo; 
  • I terroristi potenziali che cascano nella rete si mettono in condizione di non nuocere.
Non possiamo risolvere i problemi del mondo ma possiamo limitare l'impatto che questi hanno su di noi senza venir meno ai doveri di accoglienza ed umanità ed al rispetto del diritto internazionale che ci devono essere propri.

Partecipa alla discussione nel nostro gruppo FaceBook!


sabato 10 giugno 2017

Note conferenza tematica CSV 6 Giugno 2017

 

Tema della serata - RIFORME PER L'ITALIA: UNA SFIDA IMPOSSIBILE?


  1. Quali sono le riforme urgenti per far ripartire l'Italia? 
  2. Quali sono i fattori di blocco e cosa si può fare per rimuoverli?
Premessa: le questioni “antropologiche” (la mentalità, l’assenza diffusa del “senso dello stato” e spesso anche del “buon senso”) sono i veri macigni che impediscono le riforme ma non possono essere rimossi in tempi brevi, occorreranno generazioni, quindi non li affronteremo ma ci limiteremo ad obiettivi circoscritti e percorribili.

BOZZA NOTE DELLA RIUNIONE

SANITÀ

Massarente Diego Esperienza delle riforme governative fondamentalmente negativa
Samantha Trezzi Assenza meritocrazia penalizza il settore. Piramide eta’ ed assenza politiche turn over con personale permanente penalizzano la qualità del servizio. Mancano decisioni rispetto alla priorità di spesa e si creano quindi sprechi. Non esiste un sistema di misura efficace della qualità del servizio mentre impazzano clientelismo, burocrazia e tensione fra gli utenti che a volte sfociano in aggressioni fisiche e verbali. Le nomine dei vertici non arrivano in base alla conoscenza del “lavoro” ma solo in accordo a logiche di tipo amministrativo burocratico, quando non in ossequio a logiche malsane: questo crea disorganizzazione e malcontento (vedi legge Maroni sulla riforma della sanità pubblica in Lombardia).

 

GIUSTIZIA

Massarente Diego Rafforzare distretti d’appello; snellire iter burocratico; introdurre sistema meritocratico per premiare la “gente che lavora”. Semplificazione lessicale (in generale per tutto il settore pubblico).
Max Albano uscire da una logica cartacea ed informatizzare pienamente la giustizia

 

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Kite Balmungh Grilk (Eric) passare da visione legata ad “economia industriale” a quella di “economia digitale” -> cambio paradigma -> dalla “offerta” di servizi spesso non richiesti e non voluti a quella della “domanda”. Politiche della spesa schizofreniche (2015-2016 espansive senza tener conto della reale domanda) mentre sarebbe necessario snellire burocrazia con servizi di prossimità e su “piccola scala”. Progetto pilota nel campo della ISTRUZIONE -> diminuzione della spesa in maniera orizzontale su un arco di tempo predeterminato (es. 5 anni) e su come raggiungerlo.
Maurizio Noris parola d’ordine “sburocratizzazione” -> snellimento processi -> eccesso di burocrazia non solo e’ nefasta per efficienza ma toglie risorse umane ad economia “produttiva” -> necessario processo di riqualificazione (come?) del personale PP.AA per riadattarsi al del settore privato (per far cosa?) -> aumento produzione e cambio mentalità.
Max Albano dal punto di vista del commercio gli ostacoli sono: tasse; grandi monopoli; regime delle licenze; costi di ingresso nel mercato.
Nome rimosso su richiesta partecipante E’ importante che nel nostro paese si attuino concretamente delle Riforme strutturali efficaci, per tentare di risolvere il calo di produttività che influisce sulla ripresa del paese. Tutto ruota intorno al pianeta lavoro. Se non c’è lavoro non ci sarà ripresa economica. Il paese per aumentare le soglie di crescita ha bisogno di investire (macro-economia e micro economia). Le imprese hanno bisogno di investire in nuove tecnologie e innovazione per essere competitivi sul mercato soprattutto quello internazionale. Viviamo la grande epoca della globalizzazione economica, chi pensa di investire solo sui mercati interni è destinato quasi sicuramente a rimanere confinato e forse anche a fallire. Chi investe e si affaccia ad un mercato internazionale più vasto ha maggiore possibilità di sopravvivere. Per l ‘Italia l export è molto importante. L’embargo russo, ad esempio, è stato negativo per il nostro paese perchè ha di fatto diminuito l’export verso la Russia che in qualche modo ha incentivato la contraffazione di prodotti agro-alimentari tipici italiani. Ma bisognerebbe anche rendere il nostro paese appetibile, in modo che le imprese straniere possano investire in Italia. Ma qui sorge il problema dei costi per le imprese e dei costi per le risorse umane da impiegare nell’impresa. Questo è uno dei motivi per il quale molte aziende lasciano il paese per andare ad investire all estero.Aumentando la produttività come spiegato sopra, aumenterebbe la richiesta della forza lavoro, la moneta circolerebbe di più e i cittadini aumenterebbero i consumi. Questo è solo uno dei punti che fanno parte della cosiddetta Riforma strutturale e che secondo me è molto importante.
Mirko Guidotti interviene sui punti sollevati da Eric , introduce una parentesi su processi di globalizzazione che hanno influenzato negativamente i processi decisionali nazionali. 

venerdì 9 giugno 2017

QUEL FASCINO SOTTILE DEL SUICIDIO POLITICO: IL CASO MAY

... altro che Blue Whale!

Le notizie che sono arrivate nella notte sull'esito delle elezioni britanniche, con quello che in gergo locale si chiama hung parliament, cioè una situazione dove non esiste una chiara maggioranza monocolore, hanno certificato il suicidio politico di Theresa May.

Beh, chi poteva dirlo, sosterranno alcuni ...

... in realtà se si osserva attentamente questo evento si colloca nella scia di altri simili dove leaders politici che apparivano saldissimi hanno perso azzardate scommesse politiche non richieste e non necessarie nel tentativo di rafforzare ulteriormente la loro leadership schiacciando le opposizioni interne ed emergendo come l'unico elemento stabilizzante del sistema.

Due casi recentissimi ci vengono in mente:

  • David Cameron, con la sua genialata del referendum su Brexit (si e' dovuto poi dimettere con ignominia), il fattore scatenante per tutto il casino successivo;
  • Matteo Renzi, con il referendum confermativo sulla riforma istituzionale (dimissioni da PdCM e recentissimo ripescaggio come segretario del PD)

Lo stesso Erdogan ha rischiato molto sul suo referendum per assumere maggiori poteri, riportando una vittoria di strettissima misura in un contesto altamente polarizzato ... lui può anche aver vinto ma la Turchia ha certamente perso.

Come sono andate quindi le elezioni?

I risultati finali consolidati li trovate a questo link della BBC ; in somma analisi "a caldo":

  1. Theresa May e' la grande sconfitta in termini personali delle elezioni
  2. I Conservatori perdono la maggioranza assoluta e dovranno fare una coalizione se vorranno governare;
  3. I Laburisti, che erano spacciati, risorgono non tanto grazie alla leadership di Corbyn quanto per la dabbenaggine dei conservatori che hanno gettato alle ortiche la loro supremazia;
  4. I Liberal Democratici, pur avanzando leggermente, non riescono a capitalizzare il risentimento anti-brexit di parte della popolazione, i voti della quale si sono piuttosto riversati sul Labour, che rispetto alla questione ha tenuto invece propositi ambigui.
  5. I Nazionalisti Scozzesi subiscono un vero e proprio tracollo, rendendo alquanto improbabile un nuovo referendum per una uscita dal Regno Unito.

Che spiragli si aprono? Difficile se non impossibile immaginare una maggioranza senza Conservatori, che dovranno darsi da fare per raccattare una maggioranza risicata ... difficile anche immaginare una ripetizione dell'esperimento Tories-LibDems del primo gabinetto Cameron, vista la prospettiva diametralmente opposta su Brexit.
Ci aspetta un mercato delle vacche su singoli parlamentari indipendenti? Nulla e' da escludere, allo stato attuale.



lunedì 22 maggio 2017

ITALIA SI SALVA DALLA PROCEDURA SUL DEFICIT ECCESSIVO ... MA LE RACCOMANDAZIONI SONO PESANTI

La Commissione Europea ha finalmente presentato oggi le raccomandazioni per ogni Paese dell'Unione.

Per quanto riguarda l'Italia la Commissione, nella persona dei Pierre Moscovici, Commissario agli affari economici e finanziari, tasse e dogane, ha riconosciuto che ...

"Le misure prese dall'Italia ci permettono di concludere che i requisiti del Patto di Stabilità e Crescita sono rispettati nel 2017."




Ora, si potrebbe gioire per lo scampato pericolo (ed iniziare a preoccuparsi per il 2018), ma riteniamo che convenga invece mettersi a lavorare subito senza perdere tempo, visto che le raccomandazioni sono comunque pesanti. "Il pacchetto presentato oggi fa seguito al pacchetto d'inverno del semestre europeo di febbraio (si veda il relativo comunicato stampa, di cui avevamo dato conto su CSV all'epoca, n.d.r.) e tiene conto delle conclusioni in esso contenute, anche per quanto concerne la procedura per gli squilibri macroeconomici. Riguardo a Cipro, all'Italia e al Portogallo, che presentavano squilibri macroeconomici eccessivi, la Commissione ha concluso che non vi sono dati analitici che giustifichino il passaggio alla fase successiva della procedura, a condizione che i tre paesi attuino pienamente le riforme indicate nelle rispettive raccomandazioni specifiche per paese."

Inoltre, continua il comunicato stampa ... "Per quanto riguarda l'Italia, la Commissione conferma che sono state adottate le ulteriori misure di bilancio richieste per il 2017, e che pertanto in questa fase non sono ritenuti necessari interventi supplementari per garantire la conformità con il criterio del debito."

Vediamo dunque quali sono queste famose "raccomandazioni specifiche" in aggiunta a quelle relative alla necessita' di tenere sotto controllo i conti pubblici, per quanto riguarda il nostro paese:

Mercato del lavoro:

La disoccupazione giovanile e quella "cronica" rimangono priorità urgenti e maggiore sforzo e' richiesto per promuovere un mercato del lavoro inclusivo e "resiliente", vale a dire un sistema che possa far fronte in maniera positiva alle turbolenze macroeconomiche e sappia riorganizzare in caso di variazione repentine della congiuntura, rimanendo al contempo aperto nello sfruttare le le opportunità positive, facendo leva al contempo sulle proprie specificità. Queste riforme dovrebbero interessare la segmentazione del mercato del lavoro ed aumentare l'efficacia delle politiche del lavoro "attive".

Settore Finanziario

In questo settore, si raccomanda procedure efficaci per quanto riguarda l'insolvenza, specificamente per quanto riguarda gli accordi extragiudiziali, in quanto esse sono cruciali per contrastare i prestiti inesigibili ed aumentare il tasso di recupero crediti. Queste misure dovrebbero includere una aumentata trasparenza e trasmissione delle informazioni, rafforzare le infrastrutture legate alle banche dati in modo da rendere più agevoli le transazioni e l'accesso alle istituzioni non bancarie. Gestire l'alto numero di crediti inesigibili, delle opzioni dovrebbero essere sviluppate per consentire un più veloce ristrutturazione del debito. Questo dovrebbe comportare un uso più incisivo ed "a monte" dei poteri di vigilanza ed anche rendere più agevole la vendita di questi "assets".

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Ora, senza entrare troppo nel merito di queste misure (e della loro nebulosità, specialmente per quanto attiene al reale significato "tra le righe" per quanto riguarda il settore finanziario), e' chiaro che le riforme per raggiungere questi obiettivi sono di tipo strutturale e non possono essere improvvisate. Se non si comincia a lavorare in priorità su queste due aree, l'anno prossimo saremo da capo.

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AGGIORNAMENTO

Nella giornata di ieri e' stato pubblicato il testo delle Raccomandazioni della Commissione al Consiglio per i vari paesi, tra i quali l'Italia (COM 2017/511 final).



Ora, i quattro punti, che costituiscono una raccomandazione per l'approvazione del Consiglio, quindi non sono esecutivi se non approvati dai rappresentanti degli stati membri contengono alcuni temi caldi e controversi che cercheremo di analizzare in dettaglio nella discussione in atto nel nostro gruppo Facebook, data la già ricordata nebulosità di alcuni enunciati. Abbiamo anche cercato di evidenziare in maniera succinta con un codice di colori gli aspetti che riteniamo positivi 😊 quelli per i quali una discussione approfondita e/o ulteriori chiarimenti siano necessari 😐 e quelli che pensiamo siano fondamentalmente negativi 😢. Ad ogni modo va ricordato che ... il diavolo sta sempre nei dettagli!

POLITICA FISCALE

  1. Spostare il carico fiscale dai fattori produttivi (lavoro, terra, capitale n.d.r.) ad altri che siano meno legati alla crescita economica in una maniera neutra in termini di bilancio (quindi lasciando il carico fiscale e la spesa pubblica invariata), riducendo i centri di spesa; 😊
  2. riforma del vetusto sistema catastale; 😊
  3. reintroduzione della tassa sulla prima casa ma solo per i redditi alti; 😢
  4. estendere l'uso dei sistemi elettronici di fatturazione e pagamento; 😢


ISTITUZIONI

  1. Ridurre la lunghezza dei process nella giustizia civile; 😊 
  2. Lottare contro la corruzione; 😊 
  3. Riforma del pubblico impiego ed aumentare efficienza aziende pubbliche; 😊 
  4. Rimuovere le restrizioni alla pubblica concorrenza; 😊 


SETTORE FINANZIARIO

  1. Come già indicato precedentemente, accelerare la diminuzione dei crediti non esigibili tramite la ristrutturazione del debito, in particolare nel settore bancario sotto supervisione; 😐 
  2. accelerare una revisione di tutto il sistema di regolamentazione delle insolvenze e dei meccanismi di "enforcement" collegati;  😐 


LAVORO

  1. Fare in modo che la contrattazione collettiva permetta anche di tenere conto degli accordi raggiunti in sede locale; 😊 
  2. Assicurare politiche del lavoro attive (si veda la disamina precedente riguardo al mercato del lavoro); 😊 
  3. Facilitare i "secondi lavori"; 😊 
  4. Razionalizzare la spesa sociale e migliorare la sua composizione. 😊 

IL RUOLO DEL LEGISLATORE NELLE QUESTIONI SCIENTIFICHE: IL CASO VACCINI

Non volendo e nostro malgrado, ci siamo fatti trascinare anche noi nella polemica pro o contro i vaccini.  

CSV si occupa di economia, politica e questioni internazionali. Non abbiamo la competenza per affrontare questioni scientifiche o mediche. Come non ne hanno in genere i politici. 

Per questo motivo riteniamo che si debba piuttosto discorrere di "processi" (process, nell'accezione anglosassone) politici; il legislatore (maggioranza ed opposizioni) si dovrebbe basare sui dati che la comunità scientifica può fornire prima di prendere decisioni e non farsi trasportare dalle emozioni, dalla fiducia cieca o dall'ignoranza egualmente orba.

Invece, al solito, di una questione tecnico-scientifica se ne fa una questione politica. 
Sul tema vaccini, come su altri simili, il legislatore dovrebbe quindi tenere in considerazione oggettivi criteri di costo-beneficio e indicatori di benessere sociale basata su criteri quali:

  1. Qual è il rischio della non vaccinazione per la collettività?
  2. Qual è il rischio della vaccinazione rispetto all'incidenza della malattia a seguito di non vaccinazione?
  3. Qual è il costo diretto della vaccinazione rispetto ai costi di una epidemia?
  4. Qual è l'accettabilità sociale di una epidemia?

Solo se vi è trasparenza su questi criteri allora l'obbligatorietà o meno può essere decisa serenamente. Tutto il resto sono chiacchiere fra due campi ugualmente dogmatici ed ideologici.

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