venerdì 3 novembre 2017

CATALOGNA: POSIZIONE CSV E PUNTO DELLA SITUAZIONE

Crediamo a questo punto importante riepilogare i fatti e la nostra posizioni in merito a questa vicenda, cercando di essere il più obbiettivi e sintetici possibile.

Riteniamo fermamente che la libertà si eserciti nelle forme e nei modi stabiliti dalla legge ... in questo caso, purtroppo, violando il dettato costituzionale i "congiurati" sono passati dalla parte della ragione (su questo poi ci sarebbe da fare una lunga discussione ma non in questa sede) a quella del torto ... sono stati o sciocchi o ingenui o mal consigliati ... hanno voluto giocare ad un gioco più grande di loro ed hanno perso. Ora, indipendentemente da tutte le considerazioni, un leader politico che perde una tale partita dimostra che la propria strategia era sbagliata nei metodi e nella tempistica.

La Catalogna non è Timor Est, quindi la retorica dell'oppressione non sta in piedi; avevano più da perdere che da guadagnare dalla "fuga in avanti". 

Queste cose richiedono tempo, costanza, testardaggine: la precipitazione di capitalizzare il tornaconto elettorale li ha fregati ed ha fatto il gioco del governo centrale che ha colto la palla al balzo, cavalcando gli eventi e distogliendo l'opinione pubblica del paese iberico dai problemi economici e sociali che esso attraversa. Un caso scuola di lose-lose situation per quanto riguarda l'interesse generale, visto che a pagare il conto saranno poi tutti i cittadini catalani (indipendentisti ed unionisti) e quelli del resto della Spagna. 

La ricetta per uscire fuori dalla situazione di blocco ed arrivare ad una “pacificazione” non può prescindere dall'atteggiamento del governo centrale, che deve a tutti i costi evitare di alimentare il mito del primo ministro e del governo catalano destituito come “martiri della libertà ”, mostrando quindi clemenza e misura. 

Che fare?


In estrema sintesi, riteniamo che un quadro pragmatico al quale i negoziati in corso possono portare sia il seguente:

  • Remissione in libertà dopo gli interrogatori di rito;
  • Processo mediatizzato e trasparente;
  • Condanne esemplari dei protagonisti principali;
  • Concessione amnistia generale; 
  • Remissione in libertà degli imputati e loro reinserimento nella vita civile;
  • Riapertura del dialogo dove interrotto ormai oltre un decennio fa.
L'alternativa e' la radicalizzazione del senso di frustrazione reciproca ed una deriva "basca" che nessuno sano di mente può augurarsi.




sabato 21 ottobre 2017

RIFORMA DELLA UE: NON GETTIAMO IL BAMBINO CON L'ACQUA SPORCA

In questi giorni d'autunno si nota un certo attivismo fra i leader europei sul fronte del futuro dell'Unione. Ha iniziato il presidente francese Macron, con il suo discorso alla Sorbona del 27 settembre per una Europa "sovrana, unita e democratica"; ha rilanciato il presidente del consiglio UE Tusk, nella sua lettera ai leaders europei  alla vigilia della riunione del Consiglio a 27+1 del 18 e 19 Ottobre a Bruxelles. 

Certamente e' positiva la presa di coscienza che occorre coraggio per uscire dalla stagnazione (e prima ancora, il coraggio di riconoscere che questa stagnazione del progetto europeo esista, uscendo dalla continua ossessione del marketing comunitario ove tutto debba essere venduto come un "successo"), ma le proposte vanno nella giusta direzione?

Su questo occorrerebbe discutere. Se e' vero che l'Europa a due o più velocità e' un fatto ormai da molti anni e tanto vale prenderne atto, qualche distinguo e' necessario fare su ruolo futuro della Commissione Europea e centralità degli Stati Membri nel nuovo assetto di potere.

Per quanto riguarda la Commissione, da molto tempo ormai si e' verificato il cambiamento da fucina di idee a semplice "legificio" e gestore di progetti (distributore di soldi). L'espansione delle competenze vere e presunte non e' stato accompagnato da due fattori fondamentali:
  • un sentimento d'accordo diffuso degli stati membri rispetto a queste nuove competenze, con un tensione di fondo diffusa che porta ogni progetto di riforma ad un faticoso percorso legislativo e di messa in atto che risulta molte volte annacquato ed ambiguo, scontentando un po' tutti;
  • la mancanza di una vera riorganizzazione interna delle competenze, di ruoli e delle carriere, che ha portato frustrazione nel personale e la trasformazione dell'amministrazione comunitaria da un pool di esperti di primo piano ad un elefante burocratico che ha perso il senso della propria missione.
In tutto questo, la contraddizione (o meglio, la non chiarezza) del messaggio politico, esacerbata dall'allargamento del 2004 ed unita alla consapevole scelta "al ribasso" rispetto ai "top jobs" europei (i "dream teams" delle ultime stagioni Barroso/Ashton/Van Rumpoy e Juncker/Mogherini/Tusk parlano da soli), non hanno fatto che aumentare la confusione. In questo contesto, la riduzione del budget comunitario del post-Brexit potrebbe essere un buon "casus belli" per procedere in tal senso.

In questo senso, la tentazione (palpabile nei corridoi di Bruxelles che questo sia il messaggio fra le righe) di procedere ad un rafforzamento del "centralismo" degli Stati (il Consiglio), con una riduzione dello spazio per la Commissione ed un ruolo puramente "di tribuna" per il Parlamento, non e' la strada giusta. 

Se apprezzabile appare la spinta di Macron per liste transnazionali, questo certamente non può funzionare pienamente senza l'affermarsi di una "società civile europea", che un ritorno a nazionalismi, localismi e "sovranismi" vari non agevola di certo.

Che fare allora? Ripartire dai capisaldi che abbiamo più volte affermato:

Una Europa Federale (gli Stati Uniti d'Europa che suona in questo periodo storico come una pia utopia, purtroppo), accompagnata da un progressivo superamento degli stati nazionali basata sull'affermazione piena del principio di sussidiarietà, secondo la quale al costrutto comunitario spetterebbero tre compiti fondamentali:
  • Politica estera e di difesa
  • Piena realizzazione del mercato interno
  • Moneta.  
Tutte cose sulle quali non ci dilunghiamo in questa sede, ma che oggi facciamo poco o male e che sono invece fondamentali se vogliamo essere un attore credibile negli equilibri globali. 

Solo se questo e' l'obbiettivo finale allora avranno senso un ruolo più attivo del Consiglio, la salutare sforbiciata alle spese, la sburocratizzazione dell'impianto della Commissione e della miriade di Agenzie che le fanno da contorno.



Ulteriori letture


domenica 15 ottobre 2017

40 ANNI DI "CHARTA 77"


Esattamente 40 anni fa, nel 1977, nasceva a Praga, il movimento d'opposizione al regime comunista "Charta 77".  

Il nome del movimento proviene dal "Manifesto Charta 77", del gennaio 1977, che venne diffuso nelle città cecoslovacche in difesa di un concetto di diritti dell´uomo sul modello dell´Europa Occidentale; della cultura; della morale; della libertà della espressione e della libertà di religione. Ad esso aderirono intellettuali ed uomini della Chiesa cattolica, repressi dal regime. E stato il primo movimento di dissidenza in Cecoslovacchia.

Tutto ebbe iniziato nel 1968, quando Brežnev mando' i carri armati per schiacciare il "socialismo dal volto umano“ di Alexander Dubček (la "Primavera di Praga“). Il successivo periodo, detto di "normalizzazione", imposto alla Cecoslovacchia dal filosovietico Gustáv Husák, fu caratterizzato dalla repressione.

I comunisti iniziarono a perseguitare anche diverse forme espressive non conformiste, ad esempio un gruppo alternativo rock, i "Plastic People of theUniverse"; subito dopo un concerto, la polizia arresto' 4 membri del gruppo, con l'accusa di "turbamento dell´ordine pubblico“. Il gruppo era molto popolare tra i giovani e l‘ arresto dei membri del gruppo fu uno degli stimoli per agire.

In questo contesto nacque il Manifesto Charta 77, che chiedeva l’applicazione degli accordi firmati nell’Atto finale di Helskinki sul rispetto dei diritti umani e le convenzioni dell´ONU sui diritti politici, civili,economici e culturali.

Il Manifesto veniva reso noto e firmato da diverse personalità; già nel dicembre 1976 contava 242 firme raccolte. E stato anche pubblicato da alcuni giornali occidentali, come Le Monde, Allgemeine Zeitung, The Times e New York Times. I giornali cecoslovacchi, ovviamente, criticarono pesantemente il manifesto.

In reazione, il regime invito' tutti gli artisti ed attori al Teatro Nazionale di Praga a firmare la  cosiddetta "Anticharta“, per mostrare la lealtà verso il regime comunista e l'opposizione ai principi enunciati da Charta 77. Questo gesto deplorevole costituì una profonda umiliazione  per le élites culturali cecoslovacche.

Tutti coloro che firmarono il Manifesto, ed anche i loro familiari, subirono una repressione aperta, i processi politici, la reclusione oppure furono costretti ad emigrare.

Il movimento chiedeva un dialogo con il regime comunista e le sue posizioni erano rappresentate da tre portavoce rinnovati ogni anno. I primi furono Václav Havel,  Jiří Hájek ed Jan Patočka. Nel 1989, quando il regime cadde, il Manifesto aveva raccolto quasi 2000 firme.

Il movimento si è sciolto nel 1992, perché aveva esaurito il suo ruolo storico e raggiunto gli scopi prestabiliti.

Se chiediamo che ruolo potrebbe avere la Charta in questi tempi, dopo 40 anni: la risposta  la troviamo nelle prime parole del testo. 

La libertà di espressione e della parola ora nei paesi Occidentali viene tutelata ed  i critici del regime sono liberi di scrivere le proprie opinioni (ed anche le idiozie), se non al giornale almeno sui social media e sulle pagine web come questa.